Paura, esperienza e cambiamento

Realtà virtuale in psicoterapia: affrontare le paure, ampliare le possibilità.

Sapere che una situazione non è pericolosa non basta sempre a sentirsi in grado di affrontarla. Prendere un aereo, entrare in ascensore, restare in uno spazio chiuso o trovarsi in alto possono continuare a suscitare un allarme difficile da attraversare. La realtà virtuale può offrire, in alcuni percorsi, un modo per avvicinarsi a ciò che si teme e sperimentare risposte diverse, con la presenza del terapeuta e un ritmo concordato.

Comprendere

La scena è virtuale e può essere modulata. Ciò che si prova è reale.

La realtà virtuale, spesso indicata con la sigla VR, permette di immergersi attraverso un visore in ambienti simulati. A seconda del programma, la scena può essere esplorata e alcuni suoi elementi possono essere variati, ripetuti o avvicinati gradualmente.

Pur sapendo di trovarsi nello studio, la persona può provare paura, tensione o il desiderio di allontanarsi. La simulazione è immersiva: può suscitare un coinvolgimento emotivo e corporeo senza che venga meno la consapevolezza di trovarsi in un ambiente virtuale.

Nel mio modo di lavorare, il visore non sostituisce il colloquio né la relazione terapeutica. È uno strumento che può rendere accessibili alcune esperienze difficili da ricreare nello studio, quando questo aggiunge qualcosa di utile al percorso.

Fobie e situazioni temute

Non basta scegliere uno scenario. Occorre capire che cosa fa paura.

Lo stesso ambiente può attivare timori diversi: restare bloccati, perdere il controllo, essere giudicati o non ricevere aiuto. La scelta dello scenario dipende da questa comprensione e dalle possibilità effettive dello strumento.

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Paura di volare

Il timore può riguardare il decollo, le turbolenze, la perdita di controllo o l’impossibilità di interrompere il viaggio. Il lavoro parte da ciò che rende il volo difficile per quella persona e dalle conseguenze nella sua vita: viaggi rimandati, occasioni evitate o partenze affrontate con grande fatica.

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Paura degli ascensori e degli spazi chiusi

Un ascensore o un tratto di metropolitana possono diventare difficili da affrontare. A volte prevale la sensazione di essere intrappolati; altre volte il timore di stare male senza poter uscire o ricevere aiuto. Comprendere che cosa viene temuto permette di non trattare tutte queste esperienze come se fossero identiche.

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Paura delle altezze

Un balcone, una scala o una passerella possono suscitare un allarme che porta ad allontanarsi o a evitare la situazione. Nel lavoro si esplorano ciò che la persona teme possa accadere, le reazioni che prova e le possibilità che vorrebbe recuperare nella vita quotidiana.

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Parlare in pubblico e sentirsi osservati

Parlare davanti ad altre persone, sostenere un colloquio o affrontare una situazione sociale può attivare vergogna, paura di sbagliare o timore del giudizio. Una simulazione può aiutare a lavorare su alcuni di questi passaggi.

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Paura degli animali

Il timore di incontrare un animale può portare a evitare luoghi o situazioni. Alcuni programmi permettono di lavorare su paure circoscritte, come quella dei ragni; si valuta se la simulazione rappresenti in modo adeguato ciò che la persona teme.

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Paura del dentista e delle procedure sanitarie

L’attesa dal dentista o altre situazioni sanitarie possono essere vissute con forte apprensione. Va compreso se prevalgono paura del dolore, perdita di controllo, ricordi spiacevoli o altre difficoltà, senza ridurre tutto a una sola fobia.

Sono esempi di possibili ambiti, non un catalogo di scenari tutti necessariamente disponibili né un’indicazione automatica all’uso della realtà virtuale.

Avvicinarsi alla paura

Non serve aspettare di non avere paura. Serve trovare un modo per poterla attraversare.

Evitare può dare sollievo immediato, ma lascia poche occasioni per scoprire se una situazione possa essere affrontata diversamente. L’esposizione serve a costruire queste occasioni, non a dimostrare quanto una persona riesca a sopportare.

Un esempio possibile

Una persona teme l’ascensore. Nella simulazione può iniziare avvicinandosi alla cabina e osservando ciò che accade: dove va l’attenzione, che cosa immagina, quando compare l’urgenza di uscire. Da qui si concordano i passaggi successivi, senza presumere che il compito sia già sostenibile solo perché l’ambiente è virtuale.

Il punto non è concludere “ho resistito perché non era vero”, ma riconoscere qualcosa che possa diventare utile anche fuori: “posso sentire l’allarme senza dovergli obbedire immediatamente”.

Una paura presente ma affrontabile può aprire un’esperienza diversa dal terrore che paralizza. La direzione non è ottenere calma perfetta prima di muoversi, ma scoprire, con un sostegno adeguato, che qualcosa può diventare possibile.

Come si svolge il lavoro

Prima viene la persona. Il visore entra nel percorso quando può essere utile.

Nel mio studio di psicoterapia a Milano l’utilizzo della realtà virtuale viene valutato dopo una consultazione iniziale. Non è necessario arrivare sapendo già quale tecnica chiedere e non ogni colloquio comporta un’esperienza con il visore.

01

Comprendere la difficoltà

Si esplorano la paura, gli evitamenti, la storia rilevante e le risorse disponibili. Si definisce che cosa la persona vorrebbe tornare a fare, non soltanto quale sensazione desidera eliminare.

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Concordare l’esperienza

Si presenta lo strumento e si valuta come viene tollerato. Si condividono obiettivi, modalità e possibilità di fermarsi o modificare il compito, senza trasformarlo in una prova da superare.

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Sperimentare insieme

Durante l’esperienza resto in relazione con la persona. Osserviamo ciò che si attiva e valutiamo come proseguire, tenendo conto sia del coinvolgimento emotivo sia delle reazioni al visore.

04

Collegare alla vita

Dopo l’esperienza si dà spazio a ciò che è accaduto e a ciò che può essere stato diverso dalle aspettative. Si preparano, quando indicati, passi nel mondo reale e se ne riprende l’esito in terapia.

Nella preparazione si valutano anche le condizioni di salute e la tollerabilità del visore. Eventuali fastidi, come nausea o capogiri, non vengono interpretati automaticamente come ansia da superare: ci si ferma e si valuta come proseguire.

Il risultato importante non è sentirsi capaci soltanto con un visore. È ampliare progressivamente ciò che si può fare nella propria vita.

Nel mio modo di lavorare

Affrontare una paura e comprenderne il significato non sono lavori in opposizione.

La paura non è soltanto un ostacolo da rimuovere. Può avere avuto una funzione protettiva e intrecciarsi con il bisogno di controllo, con esperienze dolorose o con modi di stare nelle relazioni. Cerco di comprendere questa funzione senza attribuire a ogni sintomo un significato nascosto già deciso.

In alcune situazioni il lavoro è più circoscritto: una paura e gli evitamenti che la mantengono. In altre si rende necessario un percorso più ampio sulla storia personale, sulle emozioni e sulle relazioni. La realtà virtuale può trovare posto in questa cornice, ma non la esaurisce.

Quando sono pertinenti, il percorso può integrare anche attenzione al corpo, regolazione emotiva o lavoro sulle esperienze traumatiche. Non si tratta di applicare tutte le tecniche disponibili: si sceglie ciò che può aiutare quella persona, in quel momento.

Comprendere perché ci si protegge e costruire modi diversi di affrontare ciò che si teme possono procedere insieme. Non occorre aver spiegato tutto il passato prima di fare un’esperienza nuova nel presente.

Una nota sulla ricerca

Studi controllati hanno documentato benefici dell’esposizione in realtà virtuale per alcune fobie e per l’ansia sociale. I risultati riguardano programmi specifici, spesso inseriti in percorsi cognitivo-comportamentali strutturati: vanno letti considerando l’intero trattamento, non il visore da solo. La scelta dello strumento resta legata alla valutazione della persona e agli obiettivi condivisi.

Studi e riferimenti

Il primo passo

Iniziare da un primo colloquio

Non è necessario sapere già con precisione quale percorso intraprendere o riuscire a spiegare perfettamente ciò che sta accadendo. Il primo incontro serve a comprendere la richiesta e valutare insieme se una psicoterapia possa essere utile.

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