Corpo, emozioni e possibilità di cambiamento
Psicoterapia sensomotoria: dare parola al corpo
Non tutto ciò che viviamo si presenta subito come un pensiero o un racconto. A volte un’esperienza si manifesta prima nel corpo: una tensione, un vuoto, un’accelerazione, il bisogno di allontanarsi o un movimento che sembra fermarsi prima di compiersi. Prestare attenzione a questi segnali può aiutare a comprendere ciò che sta accadendo e ad ampliare, gradualmente, le possibilità di risposta.
Il corpo nell’esperienza
Il corpo non è un’alternativa alla parola. È un’altra via attraverso cui l’esperienza può mostrarsi e diventare comprensibile.
Quando raccontiamo ciò che ci accade, non portiamo in seduta soltanto pensieri e ricordi. Cambiano il respiro, il tono della voce e la postura; può comparire una tensione, un senso di peso o di vuoto; lo sguardo può orientarsi verso una via d’uscita mentre una parte di noi vorrebbe restare. Questi aspetti non sono semplici dettagli che accompagnano il racconto: possono partecipare al modo in cui un’esperienza viene vissuta nel presente.
La psicoterapia sensomotoria rivolge un’attenzione particolare a questa dimensione. Invita a osservare, con gradualità, le sensazioni corporee, gli impulsi e i piccoli cambiamenti che emergono mentre si parla. Il corpo non viene però interrogato come se custodisse una verità più autentica delle parole. Ciò che manifesta acquista senso soltanto nel contesto della persona, della sua storia e della situazione in cui compare.
Una gola che si stringe non significa sempre la stessa cosa. Può accompagnare paura, rabbia, commozione, vergogna, un bisogno trattenuto oppure una condizione fisica da valutare. Il lavoro non consiste nell’assegnarle dall’esterno un significato, ma nell’avvicinarsi insieme a ciò che quella persona sta vivendo.
Sensazioni, emozioni e movimento
A volte ciò che sentiamo nel corpo precede il nome che riusciremo a dargli.
Possiamo accorgerci di avere le spalle contratte prima di riconoscere che ci stiamo preparando a resistere. Possiamo trattenere il respiro mentre diciamo che va tutto bene, sentire le gambe pronte ad allontanarsi mentre cerchiamo di rimanere composti, oppure avvertire un impulso a spingere via qualcosa senza riuscire ancora a collegarlo a un limite che non abbiamo potuto esprimere.
Sensazione, emozione, pensiero e movimento non sono compartimenti separati. Si influenzano continuamente e possono raccontare aspetti differenti della stessa esperienza. In seduta diventa allora possibile rallentare quanto basta per osservare come una reazione prende forma: che cosa cambia nel corpo, quale emozione si avvicina, quale pensiero compare e verso quale azione sembra orientarsi la persona.
Le intenzioni di movimento hanno qui un valore particolare. Non riguardano necessariamente gesti ampi o esercizi da eseguire. Possono essere tendenze appena percepibili: ritrarsi, proteggersi, voltarsi, avvicinarsi, sollevare lo sguardo, fare spazio, dire di no. Riconoscerle può aiutare a comprendere non soltanto ciò che la persona prova, ma anche ciò che il suo organismo sta cercando di fare.
Questo non significa che ogni impulso debba essere assecondato. Può essere osservato, immaginato, modulato o lasciato incompiuto. La possibilità di fermarsi e scegliere resta parte essenziale del lavoro.
Risposte che hanno protetto
Una reazione può essere diventata dolorosa senza essere nata come un errore.
Molte risposte che oggi limitano la vita hanno avuto, in altri momenti, una funzione protettiva. Irrigidire il corpo, controllare ogni segnale dell’ambiente o prepararsi immediatamente alla fuga possono essere stati modi per affrontare una minaccia. In altre situazioni, diventare poco visibili, compiacere o interrompere il contatto con ciò che si prova può aver permesso di conservare un legame o attraversare condizioni nelle quali le possibilità erano ridotte.
Il problema non è che il corpo abbia imparato a proteggersi. La difficoltà nasce quando una risposta continua ad attivarsi in condizioni diverse, con un’intensità che restringe le scelte disponibili nel presente. Una conversazione può essere vissuta come uno scontro imminente; la vicinanza può suscitare contemporaneamente desiderio e allarme; un limite può essere percepito come il rischio di perdere il legame.
Osservare queste reazioni senza giudicarle permette di sostituire alla domanda “che cosa c’è di sbagliato in me?” domande più utili: da che cosa sta cercando di proteggermi questa risposta? Che cosa la attiva oggi? Quali possibilità non erano disponibili allora e possono diventarlo adesso?
Il cambiamento non richiede di combattere il corpo o di costringerlo a calmarsi. Può iniziare dal riconoscere la logica di una protezione e dal fare esperienza, poco alla volta, di alternative più adatte al presente.
Il lavoro durante la seduta
Prestare attenzione a ciò che accade, senza forzarlo.
Il lavoro sensomotorio può iniziare mentre la persona sta raccontando qualcosa e si accorge che il corpo cambia. Il terapeuta può invitare a notare quel cambiamento: dove si sente, quanto è intenso, se rimane stabile o si modifica, che cosa accade quando lo si osserva per pochi istanti.
Non si cerca necessariamente di entrare più a fondo nell’attivazione. A volte è più utile accorgersi anche di ciò che aiuta a restare presenti: il contatto con la poltrona, la possibilità di guardarsi intorno, una distanza adeguata, un punto del corpo che si sente più stabile.
Si procede attraverso esperienze circoscritte e condivise. La persona può sempre fermarsi, cambiare attenzione o dire che una proposta non le è utile. Il ritmo non viene stabilito da una tecnica uguale per tutti, ma dalla possibilità di mantenere sufficiente presenza e curiosità verso ciò che emerge.
Un esempio possibile
In alcuni momenti può essere esplorata un’intenzione di movimento. Per esempio, una persona che racconta una situazione nella quale non è riuscita a difendere un proprio limite nota una pressione nelle braccia e la tendenza a spingere. Non si conclude automaticamente che quel gesto contenga la soluzione. Si può osservare che cosa succede immaginandolo o lasciandolo iniziare in modo minimo, e verificare se compaiono maggiore forza, paura, vergogna, sollievo oppure il bisogno di fermarsi.
In questo modo una comprensione può diventare anche un’esperienza: non soltanto sapere che sarebbe stato legittimo proteggersi, ma iniziare a percepire che il proprio corpo possiede ancora la possibilità di orientarsi, creare distanza o cercare sostegno.
Il corpo non viene messo alla prova. Viene ascoltato entro una relazione nella quale ciò che accade può essere osservato, pensato e regolato insieme.
Corpo, trauma e relazione
Il passato può riattivarsi nel presente anche prima di diventare un ricordo riconoscibile.
Nelle esperienze traumatiche o relazionali precoci, alcune risposte possono presentarsi rapidamente, senza che la persona disponga subito di parole o immagini capaci di spiegarle. Un tono di voce, una distanza o una situazione di dipendenza possono suscitare allarme, immobilità, distacco o bisogno di compiacere prima che sia possibile comprendere che cosa li abbia attivati.
Prestare attenzione al corpo può aiutare a riconoscere queste risposte e a distinguere gradualmente ciò che appartiene al presente da ciò che porta con sé il peso di esperienze precedenti. Non si tratta di recuperare attraverso le sensazioni ricordi nascosti, né di considerare ogni reazione corporea una prova di trauma. Si cerca piuttosto di comprendere come la storia continui a organizzare, oggi, percezioni, emozioni e possibilità d’azione.
Anche la relazione terapeutica partecipa a questo lavoro. Il ritmo della voce, la distanza, la prevedibilità, la possibilità di dissentire e il rispetto di un limite contribuiscono al modo in cui l’incontro viene vissuto. Se qualcosa diventa troppo intenso, se una proposta fa sentire esposti o se il terapeuta non ha colto un segnale, poterlo riconoscere e modificare insieme non è un incidente esterno alla terapia: può essere una parte significativa dell’esperienza.
La sicurezza, in questa prospettiva, non è soltanto un’idea da comprendere. È anche la possibilità di fare esperienza di un rapporto nel quale avvicinarsi senza essere invasi, prendere distanza senza interrompere necessariamente il legame e conservare un margine di scelta.
Nel mio modo di lavorare
Integrare il corpo con la parola, la storia e la relazione.
La psicoterapia sensomotoria non costituisce da sola il mio principale orientamento clinico. Nel mio lavoro integro, quando può essere utile, modelli e strumenti sensomotori all’interno di una cornice psicodinamica e psicoanalitica.
Questo significa prestare attenzione non soltanto a ciò che la persona racconta, ma anche al modo in cui l’esperienza si presenta durante la seduta: sensazioni corporee, emozioni, posture, impulsi, immagini e intenzioni di movimento. Cerco di aiutare la persona a far dialogare questi livelli, collegandoli alla propria storia, alle relazioni e ai significati che vanno costruendosi nel percorso.
L’attenzione sensomotoria può integrarsi anche con l’EMDR. Durante il lavoro su un’esperienza dolorosa, il corpo può segnalare un cambiamento nell’attivazione, una risposta di protezione rimasta incompiuta o una risorsa che diventa più accessibile. Modelli differenti possono così contribuire allo stesso processo clinico, senza essere sovrapposti automaticamente e senza perdere di vista la relazione terapeutica.
Non è necessario che la persona scelga in anticipo una tecnica o sappia descrivere ciò che sente nel corpo. L’utilità di questo modo di lavorare viene valutata insieme, in base alla difficoltà portata, al momento del percorso e a ciò che rende possibile avvicinarsi all’esperienza senza esserne sopraffatti.
Non si tratta di scegliere tra parlare e sentire. Il lavoro può aiutare parole, emozioni e corpo a diventare parti più integrate della stessa esperienza.
Il primo passo
Iniziare da un primo colloquio
Non è necessario sapere già con precisione quale percorso intraprendere o riuscire a spiegare perfettamente ciò che sta accadendo. Il primo incontro serve a comprendere la richiesta e valutare insieme se una psicoterapia possa essere utile.
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