Monitorare l’altro
Capire rapidamente come sta qualcuno, che cosa lo irrita o che cosa lo rassicura può diventare un modo per anticipare tensioni e mantenere una relazione sufficientemente prevedibile.
Relazioni, adattamento e identità
Essere disponibili, attenti e capaci di adattarsi è una parte importante delle relazioni. A volte, però, tenere conto dell’altro smette di essere una possibilità e diventa quasi una necessità: evitare conflitti, non deludere, capire che cosa serve agli altri può diventare più immediato che riconoscere ciò che si desidera per sé.
Comprendere
Nella gentilezza resta uno spazio di scelta. Nella compiacenza il margine può restringersi: dire di no, deludere o mostrare una differenza può essere vissuto come un rischio per la relazione.
Nel linguaggio comune si usa spesso il termine inglese people pleasing. In italiano possiamo parlare di compiacenza, pur sapendo che nessuno dei due termini corrisponde, da solo, a una diagnosi.
Una persona può essere molto abile nel capire che cosa desiderano gli altri, nel prevenire conflitti, rassicurare, rendersi utile o adattarsi rapidamente. Da fuori questa modalità può apparire semplicemente come disponibilità.
Dentro, invece, la domanda può diventare: “Che cosa devo fare perché l’altro stia bene, non si arrabbi, non mi giudichi o non si allontani?”
Il punto clinicamente interessante non è stabilire se qualcuno “sia un people pleaser”, ma comprendere quando occuparsi dell’altro sia diventato più sicuro che restare in contatto con sé stessi.
Proteggere il legame
Molte modalità di compiacenza diventano più comprensibili quando vengono osservate dentro la storia della persona. Ciò che oggi appare automatico può essere stato, in un altro momento, un adattamento intelligente al contesto.
Capire rapidamente come sta qualcuno, che cosa lo irrita o che cosa lo rassicura può diventare un modo per anticipare tensioni e mantenere una relazione sufficientemente prevedibile.
Ridurre bisogni, proteste o richieste può essere stato utile quando esprimerli sembrava aumentare conflitto o distanza, provocare disapprovazione oppure mettere in difficoltà un adulto percepito come fragile.
Essere bravi, responsabili, rassicuranti, accomodanti o poco problematici può diventare un modo efficace per ottenere riconoscimento e preservare il legame.
Quando l’attenzione è stata a lungo diretta verso gli altri, può diventare più difficile riconoscere bisogni, desideri, rabbia, limiti e preferenze personali.
Gesto spontaneo e adattamento
La compiacenza e il falso sé non sono sinonimi. Ma alcune intuizioni di Winnicott aiutano a comprendere come un adattamento molto precoce all’ambiente possa rendere meno accessibile la spontaneità personale.
Nello sviluppo è importante che iniziative, bisogni ed espressioni del bambino possano incontrare un ambiente capace, almeno in misura sufficiente, di riconoscerli e accoglierli. Non tutto può essere soddisfatto, ma qualcosa dell’esperienza del bambino deve poter essere visto.
Il falso sé winnicottiano non significa essere falsi o mentire. Può descrivere una modalità maggiormente conforme alle richieste dell’ambiente, capace anche di proteggere aspetti più spontanei e vulnerabili di sé quando questi non hanno trovato condizioni sufficienti per potersi esprimere.
Una persona può diventare estremamente capace di essere ciò che serve agli altri e, proprio per questo, faticare a riconoscere ciò che sente come propriamente suo.
Nel presente
Una strategia che ha favorito legami e appartenenza può diventare costosa quando resta l’unica risposta disponibile anche in relazioni nelle quali sarebbe possibile esprimere differenze, bisogni e limiti.
Dire di no può suscitare colpa, paura del conflitto o il timore di essere percepiti come egoisti, freddi o poco riconoscenti.
Può essere molto chiaro ciò che “si dovrebbe” fare e molto meno accessibile ciò che si desidera realmente.
La rabbia può essere trattenuta, trasformata in colpa o emergere soltanto quando il limite è stato superato da tempo. Riconoscerla può aiutare a dare forma a un bisogno o a una differenza.
Gli altri possono apprezzare molto una persona che si adatta bene, mentre lei può chiedersi se venga conosciuta davvero o soprattutto nella forma che ha imparato a offrire.
Nella vita quotidiana
Dire “per me è uguale” quando una preferenza in realtà c’è.
Accettare una richiesta prima ancora di chiedersi se si ha tempo, energie o desiderio.
Provare ansia o senso di colpa dopo avere detto di no.
Rileggere più volte un messaggio per paura di essere sembrati freddi, duri o poco disponibili.
Scusarsi rapidamente per ristabilire tranquillità anche quando non è chiaro di avere fatto qualcosa di sbagliato.
Cambiare tono, opinione o posizione appena si percepisce disapprovazione nell’altro.
Non sempre il problema è non avere desideri. A volte è diventato difficile sentirli abbastanza da poterli riconoscere come propri.
Storie diverse
Paura dell’abbandono, bisogno di approvazione, esperienze di critica o umiliazione, relazioni imprevedibili, difficoltà a tollerare il conflitto, aspettative familiari o culturali possono contribuire in modi differenti.
In alcune persone la compiacenza può intrecciarsi con esperienze traumatiche, trascuratezza o un senso di sé fragile; in altre no.
Il fatto che una persona faccia fatica a dire di no non permette, da solo, di ricostruire ciò che è accaduto nella sua infanzia.
Il lavoro in psicoterapia
Il lavoro non consiste nel trasformare una persona disponibile in qualcuno che pensa soltanto a sé. Può significare ampliare il repertorio: restare in relazione anche quando si esprime un limite, una preferenza o una differenza.
Comprendere che cosa permette di evitare la compiacenza — conflitto, rifiuto, vergogna, senso di colpa o perdita del legame — aiuta a non trattarla come un semplice difetto da eliminare.
La terapia può diventare uno spazio in cui esprimere disaccordo, bisogno, rabbia o limite senza che questo debba necessariamente produrre rottura, rifiuto o perdita della relazione.
Una persona abituata a compiacere può cercare di essere anche il “paziente giusto”. Riconoscere questo movimento senza criticarlo può diventare una prima esperienza del poter restare in relazione senza adattarsi completamente.
Il primo passo
Non è necessario sapere già con precisione quale percorso intraprendere o riuscire a spiegare perfettamente ciò che sta accadendo. Il primo incontro serve a comprendere la richiesta e valutare insieme se una psicoterapia possa essere utile.
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