Un bambino non sa in anticipo quali emozioni siano accettabili. Lo scopre anche attraverso lo sguardo, le parole e le risposte delle persone da cui dipende.
Frasi come “non piangere”, “devi essere forte”, “non c’è motivo di avere paura” possono nascere dal desiderio di rassicurare. Quando diventano però il modo abituale con cui dolore, paura o bisogno vengono accolti, il bambino può imparare che alcune parti della propria esperienza sono eccessive, illegittime o fonte di vergogna.
Invalidazione emotiva
Non significa che ogni risposta poco sintonizzata produca un danno. Il problema riguarda soprattutto esperienze ripetute nelle quali ciò che la persona prova non trova sufficiente riconoscimento, pensabilità o possibilità di essere condiviso.
Può accadere, per esempio, che un bambino impari molto presto che piangere per una separazione, avere paura o cercare conforto suscita negli adulti risposte come “non è niente” o “devi essere forte”. Anni dopo quelle frasi possono non sembrare particolarmente importanti e, nello stesso tempo, può restare una forte vergogna ogni volta che si avrebbe bisogno di essere consolati o aiutati.
In storie relazionali precoci deludenti, imprevedibili o traumatiche, riconoscere un bisogno può anche riattivare implicitamente il pericolo di dipendere da qualcuno che potrebbe non esserci, non capire o ferire. La soluzione può diventare non aver bisogno di avere bisogni.
Fragilità emotiva e storia relazionale possono quindi intrecciarsi, ma non ogni vulnerabilità deriva da trauma o trascuratezza. Anche temperamento, sensibilità individuale, stress, perdite, passaggi evolutivi e condizioni di vita possono contribuire.
Una parte fragile può diventare più difficile da sostenere non soltanto per ciò che sente, ma per ciò che ha imparato ad aspettarsi quando viene mostrata a qualcuno.